Weekend a Leopoli - Confluenze

Weekend a Leopoli

Sono ancora impregnata dell’aria mitteleuropea di Leopoli, dopo una settimana dal rientro da questo viaggio, e mi sembra di avere in testa una girandola dove si mescolano i racconti ascoltati...

Sono ancora impregnata dell’aria mitteleuropea di Leopoli, dopo una settimana dal rientro da questo viaggio, e mi sembra di avere in testa una girandola dove si mescolano i racconti ascoltati, le parole di scrittori e poeti, la musica popolare, la visione di magnifici palazzi in Jugenstil, ma anche dei casermoni minimalisti sovietici, i tanti caffè della via degli Armeni con la sua piccola Cattedrale, quelli della zona ebraica e le birrerie e ristoranti ricavati in splendidi ambienti, il mercatino di vestiti ricamati dalle signore sedute accanto, il ricordo della memoria della sinagoga e del campo di concentramento, ma anche gli assaggi dei prodotti della rete di Slow Food.

Tutto mi turbina in testa e fatico a soffermarmi su qualcosa in particolare per ricavarne un netto ricordo. Nonostante i giorni della mia visita siano stati tre e mezzo, perché la prima mezza giornata dell’arrivo l’ho persa per la mancata coincidenza del volo da Vienna, mi sembra di essere rimasta molto più a lungo tante sono state le notizie che mi sono arrivate.

Ancora adesso mi congratulo con me stessa per aver scelto questo viaggio che mi ha costretta ad un contatto con una parte agli estremi confini dei Balcani. Quei Balcani che io avevo girato in lungo e in largo al tempo della Jugoslavija di Tito da cui proveniva anche la mia “tata” che mi cantava le nenie in sloveno prima che i fratelli partigiani la costringessero a tornare a Postumia e finire miseramente in un campo di concentramento da cui uscì viva. Quella Jugoslavija che io non ho mai voluto rivedere dopo le terribili guerre che l’hanno squartata, ma che ora spero di poter ammirare con nuovi occhi, quelli possibilmente del bravo Eugenio nostro accompagnatore coltissimo, esperto dei Balcani.

So cosa mi ha spinta ad andare a Leopoli. Non è stato solo il desiderio di visitare la città che vive in un apparente stato di grazia cercando di sopravvivere ai suoi ragazzi ucraini costretti a combattere una guerra non voluta e le cui famiglie piangono i ritratti dei caduti posti nella Chiesa dei Gesuiti. La Galizia era nei miei ricordi d’infanzia essendo il luogo dove gli austriaci mandarono i trentini a combattere i Russi agli albori della Prima guerra Mondiale consci che avrebbero disertato se li avessero mandati sul fronte italiano. Mia nonna a Trento mi raccontava che quella fu la sua fortuna perché così non ebbe più figli dopo averne sfornati cinque in dieci anni, mio nonno tornò vivo ma molto provato. Da Leopoli invece mio padre scrisse l’ultima delle sue lettere in cui diceva che finalmente, dopo una lunga marcia dal Fronte Russo in mezzo alla neve e con i piedi congelati, era stato messo dai tedeschi su di una tradotta diretta a Merano. Lui si salvò due volte: la prima riuscendo a tornare in Italia con la tradotta, la seconda non trovandosi a Leopoli nel momento in cui i tedeschi, sentendosi traditi dagli italiani, ammazzarono tutti quelli che sopravvissuti alla ritirata erano riusciti ad arrivare fin lì, sembra fossero 3000.

Accompagnati dalla brava Guida interprete Mariana, persona colta e traduttrice di numerosi libri italiani in ucraino, abbiamo girato per la città ammirando gli stupendi e cadenti balconi in ferro, le porte dei palazzi e le vetrate in Jugendstil, i numerosi monumenti magnificanti poeti e condottieri, i grandi del passato ricordati un po’ ovunque anche nel cimitero monumentale. Con i suoi racconti lei ci ha fatto sentire molto vicini alla popolazione ucraina che cerca di ricomporsi unitariamente dopo secoli di dominazioni e trasferimenti sotto tedeschi e polacchi, austriaci e russi. Non ha dimenticato di citare il genocidio compiuto dai tedeschi dei 100.000 ebrei della città che ora ne vanta solo 3000. L’ultima sera abbiamo cenato in un ristorantino famigliare allietati dalla presenza di una coppia giovane che ci ha proposto canti in yiddish accompagnati da chitarra e fisarmonica.

Così ora a casa cerco di riunire i miei ricordi di famiglia con tutti quelli che mi sono stati regalati in questo bel viaggio dalle persone incontrate e da una persona speciale, il simpatico Eugenio Berra.

— Luisa

Il viaggio è stato effettuato dal 9 al 13 maggio 2019

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