Al di là delle montagne. Quarta puntata - Confluenze

Al di là delle montagne. Quarta puntata

di Piero Maderna. Diario di un viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş assieme a Confluenze e ViaggieMiraggi. La scoperta di una regione remota e ricca di storie e di culture il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

Quarto giorno – Finalmente Maramureş, la scelta di Peter l’irlandese e Padre Albano, il prete di strada

Dopo tre giorni di Transilvania, è giunto per noi il momento di scavalcare le montagne e di entrare nel Maramureş, uno degli ultimi territori d’Europa ancora poco contaminati, forse l’ultimo dove è la natura a scandire i ritmi della vita e tutto è ancora strettamente legato alla terra. Qualcosa che è Europa sulla carta, ma forse è ancora, almeno in parte, così isolato da essere veramente altro. Lo scopriremo. Per molti è sicuramente la parte più attesa del viaggio.
Ed ecco che finalmente posso spiegare questo titolo: Al di là delle montagne. Per arrivare nel Maramureş bisogna davvero passare dall’altra parte, al di là di quella propaggine dei Carpazi che delimita questo angolo di mondo. Bisogna ripercorrere quella via incantata che una ventina abbondante d’anni fa portò William Blacker a Breb, il “suo” villaggio. È proprio una sensazione fisica quella che provo mentre il pullmino abilmente guidato dal nostro Miki si inerpica sulla strada stretta e tortuosa che supera il passo, e dopo aver scollinato l’impressione è subito quella di trovarsi in un altrove e di aver fatto un salto indietro nel tempo. Sarà anche suggestione, non lo nego, il potere della mente e dei libri. Ma è una sensazione piacevole.

Un irlandese a Baia Mare

La prima tappa è Baia Mare, che è il capoluogo e che è una città di più di 100.000 abitanti. Arriviamo in tarda mattinata. Il primo incontro fissato per noi è quello con Peter Hurley. La sua storia è davvero interessante. Parte da Dublino a 25 anni, nel 1993, per esplorare l’Europa dell’Est, un mondo che lo affascina particolarmente. Si ferma a Praga per un periodo, e resta colpito al punto di pensare “Ragazzi, fino ad ora non sapevo cosa fosse il mondo”. Torna in Irlanda ma, senza farne parola con nessuno, comincia a rimuginare sull’idea di trasferirsi in uno dei paesi dell’Est, non sa ancora quale. Pochi mesi dopo, un amico d’infanzia che vive già in Romania lo chiama e, per assoluta coincidenza, lo invita con tono perentorio ad andare a Bucarest per aprire un’attività con lui. Lui prende al volo l’opportunità e, senza pensarci troppo, accetta. Nel ’94 aprono una piccola società che si occupa di marketing e ricerche di mercato. Sono in tre, il più vecchio ha 27 anni. Siamo ancora in quella fase in cui il capitalismo è agli albori in Romania, c’è molta voglia di libero mercato, poche regole e spazio per tutti. Loro sono anche bravi e in breve tempo il successo è travolgente.

A un certo punto lui si rende conto, però, che quel tipo di successo non gli basta più. Capisce che la cosa più bella di questa esperienza che sta vivendo è in realtà la Romania stessa, soprattutto la gente, la sua anima pura, la sua spiritualità, la sua generosità e la sua immediatezza nel mettersi a disposizione senza riserve quando si ha bisogno di aiuto. E decide che l’unica cosa giusta da fare per lui per ripagare questa gente è mettere le sue capacità e la sua esperienza al servizio di una nuova missione, che è promuovere la Romania stessa.

Ma non puoi – dice Peter – promuovere qualcosa se non la conosci profondamente, se non ne cogli l’essenza. Ed è per questo che comincia a scavare – mentre lo dice fa proprio il gesto di affondare una pala nel terreno – nel profondo di questa terra, parlando con le persone, guardandole e filmandole.

Ne escono due cortometraggi sulla spiritualità rumena, e in breve tempo lui realizza che la sorgente, la fonte di tutto non è la Romania urbana, ma la Romania rurale. La struttura stessa del paese è una struttura di tipo rurale. La storia della Romania si è costruita attorno a questo mondo rurale, attorno alla vita di villaggio. Quindi è nelle storie della vita di villaggio che in questi anni Peter ha continuato a scavare, per tirarne fuori l’essenza e capirla fino in fondo, ma anche per aumentare la consapevolezza dei valori di questa vita e dell’eredità che si tramanda attraverso il mantenimento di questi valori.
E la culla della vita di villaggio e di questi valori antichi in Romania è soprattutto un territorio che nel frattempo ha scoperto e di cui si è follemente innamorato, che è – indovinate un po’ – il Maramureş! È qui che c’è l’ultimo esempio in Europa di vita e civiltà contadina da preservare. La gente vive semplicemente del lavoro della terra. Qualche ortaggio, qualche albero da frutta, ma soprattutto immense distese d’erba che, falciata, diventa fieno con cui nutrire gli animali, soprattutto le vacche da latte. Con quel latte si fa il formaggio e lo si va a vendere al mercato, questo è tutto.
Mi colpisce che lui dica esplicitamente che questo stile di vita non c’è più neanche in Irlanda, per quanto anche l’Irlanda possa apparire come un paese ancora a vocazione agricola. Ma lì – argomenta – la vera cultura contadina popolare si è già persa, quello che c’è ora in fondo è tutto un revival; qui invece è una fiamma viva, che non bisogna far spegnere. È un’eredità che si tramanda da secoli, che ha resistito a tutte le guerre e a tutte le invasioni. Ma ora è molto vulnerabile, è vicina alla fine. È una corsa contro il tempo quella che abbiamo davanti per provare a salvarla.
Si stima che ogni giorno in Romania spariscano tre fattorie. Peter paragona lo spopolamento di oggi delle campagne rumene alla grande migrazione che dall’Irlanda, a causa della grande carestia dovuta alla perdita di due raccolti di patate, negli anni ’40 del 1800 portò un milione di persone negli Stati Uniti.
Tutto questo è triste, ma al tempo stesso è un’opportunità, una sfida: bisogna rendersi conto di quanto si perderebbe se questa cultura sparisse e provare a valorizzarla.

Dice Peter che tutto dipende dalla prospettiva, dallo sguardo, che noi siamo fortunati a essere qui nel capoluogo del Maramureş. Qui, in questa piazza, è il luogo dove ogni settimana i contadini dei villaggi vengono a vendere i loro prodotti. E quando li vendono non si portano i soldi a casa, al villaggio, ma li spendono qui, in città. Quindi la storia urbana di questa città è fatta in realtà dalla storia rurale dei contadini che fanno vivere questa città.

In questi anni Peter ha cercato in tutti i modi di portare avanti questa battaglia, di vincere la sfida e di preservare l’unicità di questa cultura. Attraverso la musica, innanzitutto. Dal 2010 organizza un festival musicale che, ogni mese d’agosto, riunisce cantanti e band di musica popolare e tradizionale da tutto il mondo. Nel dicembre 2012, partendo proprio dal cimitero allegro, Peter ha percorso a piedi i 650 km che separano Săpănţa da Bucarest senza un soldo in tasca, con lo scopo di dimostrare che in Romania questo è possibile, perché i contadini dei villaggi rumeni sono estremamente aperti e capaci di dividere tutto con chiunque vada a visitarli. È un qualcosa che va ben oltre l’ospitalità, è un profondo desiderio di comunicare la loro umanità che è evidente dal primo momento in cui li incontri. E quando sentono che tu ricambi, il loro spirito è così contento che è come se brillassero, e diventa uno scambio magico di gioia.

Ha fatto questo viaggio per mostrare solidarietà con i 9 milioni di rumeni, cittadini dell’UE, che provano a sopravvivere con un’agricoltura di sussistenza in 4 milioni di piccole case di contadini, in assenza di una strategia coerente per il loro futuro. Da questa esperienza ha tratto un libro, intitolato “The Way of the Crosses”. Il titolo viene dalle croci che spesso si trovano ai lati delle strade di campagna rumene, che possono essere semplicemente segni di devozione popolare o anche, a volte, il ricordo di persone che in quel punto hanno perso la vita a causa di un incidente stradale, cosa che da queste parti purtroppo è frequente.
Uno strumento fondamentale con il quale per lui è possibile salvare questa cultura, che è patrimonio di tutti, è il turismo. Ma deve essere naturalmente un turismo responsabile, ecosostenibile e assolutamente non di massa. Un nanoturismo, lo chiama con un’espressione efficace. Ora Peter sostiene la creazione di un fondo di investimento rurale che incoraggi la cooperazione nell’economia locale, in particolare tra i piccoli produttori, e che dia un supporto per accedere a fondi pubblici per lo sviluppo di iniziative imprenditoriali.

Dobbiamo purtroppo salutare Peter. Mentre gli stringo la mano gli auguro buona fortuna e gli chiedo se ha già deciso il nome del bambino. “È una bambina” – mi dice – “e si chiamerà Orla Helena”. Helena è il nome della sua mamma, mentre Orla è un antico nome irlandese che significa “Principessa d’oro”. Era il nome della sorella e della figlia di Brian Boru, che fu re e condottiero d’Irlanda intorno all’anno Mille ed è ancora oggi ricordato come l’eroe che guidò le sue armate contro gli invasori vichinghi. Mi sembra molto appropriato.

Il prete di strada

Abbiamo parlato tanto di cultura, tradizioni, vita di villaggio e civiltà contadina. Ma qui siamo a Baia Mare, che è una città, ed è una città con grandi problemi. Dopo pranzo ci aspetta un altro incontro importante, quello con Padre Albano, che ce lo farà capire.
Baia Mare significa letteralmente “Grande Buca”. Si chiama così perché è costruita sulle sue ricche miniere d’oro, le miniere che ora non ci sono più. Baia Mare è terra di confine, lontana dalla più movimentata e moderna Bucarest. Qui all’incirca 115.000 anime convivono e si confrontano con gli effetti mai veramente sopiti della storia di questa città, in una particolare combinazione di rurale e moderno.

Tra i polverosi palazzoni della città nuova e i centri commerciali, la sensazione che si avverte è quella di un tentativo mal riuscito di rialzarsi, di confrontarsi con la modernità: nell’urbanistica, nella vita economica, politica e sociale sembra essere mancata una qualsiasi fase intermedia capace di favorire il passaggio tra il vecchio regime e il capitalismo.
La ciminiera più alta d’Europa svetta sui kombinat, gli ex edifici che ospitavano gli operai impiegati nell’industria socialista. Palazzoni fatiscenti abitati ora da intere comunità rom. Centinaia di famiglie stipate dentro a vere e proprie bombe ad orologeria, dove le fughe di gas e gli incendi sono all’ordine del giorno, dove la sporcizia si accumula e cola giù da un piano all’altro. Una sorta di villaggio post-industriale in cui esseri umani, cavalli e maiali condividono il pochissimo spazio esistente.

È la stazione ferroviaria di Baia Mare il luogo in cui le zone d’ombra iniziano ad emergere pesantemente. Li chiamano “i ragazzi della stazione”. Randagi di strada strafatti di colla che per sopravvivere svendono il loro corpo e aspettano qualche pasto caldo fornito dal furgoncino dell’associazione Volontari Somaschi. Sono moltissimi: rom, moldavi, ma anche ungheresi. Attendono l’arrivo del treno per poi rincorrere qualche viaggiatore con la speranza di racimolare qualche spicciolo per la colla.

Qui ad occuparsi di questi ragazzi è la Fondazione Somaschi fondata da Padre Albano, senza la quale a Baia Mare sarebbe difficile parlare di assistenza sociale. Oltre a fornire una forma primaria di sussistenza, l’Associazione, attiva da ormai undici anni sul territorio, si occupa dell’organizzazione di una vasta gamma di attività volte all’inclusione sociale dei gruppi svantaggiati, che spesso e volentieri coincidono con le minoranze etniche presenti in Romania. Saranno proprio Padre Albano e Bogdan Ilutiu, presidente dell’associazione, a spiegarci come ogni giorno si combattono ad armi impari la ghettizzazione, il razzismo, la paura.
Li incontriamo in una sala della biblioteca comunale di Baia Mare.

Dopo la caduta del regime il cambio di sistema economico e l’inizio delle privatizzazioni innescarono un processo terrificante, a cui nessuno era preparato. Baia Mare era un centro monoindustriale dedito all’estrazione mineraria, e una grossa fetta della popolazione era impiegata o in questa industria, o in quella tessile. Migliaia di persone persero il lavoro. In tantissimi emigrarono in cerca di fortuna, e ben presto gli ex centri monoindustriali come questo diventarono città fantasma. La deprivazione e i continui tagli ai servizi pubblici peggiorarono infine la già difficile situazione tra la parte della popolazione maggioritaria e quella minoritaria.
Quelli più colpiti furono sicuramente i rom. Prima il regime garantiva loro la possibilità di lavorare nelle fabbriche, per effetto della politica definita di “sedentarizzazione”, più o meno forzata. Era una sorta di compromesso, tutto sommato. In cambio della perdita di un pezzo della loro identità culturale, avevano comunque un posto di lavoro sicuro e un’esistenza dignitosa.
Ma ora la situazione rende impossibile ogni tentativo di inserimento.

Manca il lavoro, mancano le forme d’assistenza e i programmi di scolarizzazione. Qui il capitalismo ha creato differenze sociali enormi, lasciando indifese grosse fette di popolazione e marginalizzando i gruppi minoritari.

Padre Albano non è decisamente il genere di missionario che ci si aspetta, fin dal look: si presenta tranquillamente in bermuda e t-shirt, nessun segno che lo identifichi come sacerdote; non parla lentamente e a bassa voce, alternando sospiri e pacate parole di pace. È un incontenibile istrione, che è quasi impossibile fermare. Sappiamo che la sua ultima trovata è stata quella di imbastire un import-export di legname tra la Romania e l’Italia per finanziare un mercatino di vestiti usati e di beni di prima necessità a prezzi stracciati. Con il suo furgone e l’aiuto dei volontari, preleva i ragazzi dalla strada e li porta su, sui monti, a far legna. In questo modo è riuscito a creare un canale alternativo per immettere i ragazzi in un mondo diverso, per dar loro una possibilità. Facendo un po’ di numeri, descrive così la situazione di Baia Mare: Su 100.000 persone ci sono 10.000 miserabili, più poveri dei poveri, in situazioni veramente critiche, e 20.000 “semplicemente” poveri. Gli altri con 3 stipendi sopravvivono, e poi ci sono pochi ricchissimi. Numeri abbastanza impressionanti.
Grazie al lavoro di Bogdan, Albano e tutta la Fundaţia, numerosi bambini di Pirita e Craica sono riusciti ad accedere all’istruzione prescolare e primaria. Un’eventualità che, senza un appoggio esterno, sarebbe stata sicuramente poco probabile e che li ha salvati da un destino di analfabetismo e di sfruttamento, in tutti i sensi.

E poi c’è la scuola dei mestieri, che è un altro suo grande sogno che sta per realizzarsi. Oltre ai ragazzi che porta a far legna, ora c’è un nuovo contratto con la Natuzzi, che ha uno stabilimento qui e che metterà a disposizione uno spazio per un gruppo di ragazzi che costruiranno bancali di legno per l’azienda. Poi una Onlus ha dato 100.000 euro per realizzare dei laboratori e una casa che verrà chiamata “La casetta nella prateria”, per i bambini abbandonati.

C’è molto volontariato, ad esempio signore che vengono a cucinare per i bambini. Si è creato un clima di fiducia che favorisce anche la lotta all’abbandono scolastico perché i genitori, che erano i primi a non credere nella scuola, ora accompagnano i figli a scuola. Anche le istituzioni scolastiche locali faticavano a capire che l’abbandono era anche figlio del disagio sociale, che famiglie che non avevano di che mangiare o di che scaldarsi durante i rigidissimi inverni difficilmente potevano mandare i figli a scuola. E pur di non perdere i contributi europei venivano falsificati i registri segnando come presenti anche i bambini che non andavano a scuola. Ma ora alcuni insegnanti sono venuti a vedere la scuola di Padre Albano e stanno cominciando a capire.

Se la prende anche con la Chiesa, sia quella di qui che quella italiana, e non è difficile capire perché, come non è difficile immaginare come e perché sia stato messo ai margini in Italia e abbia deciso di venire qui. È un prete di strada che può ricordare Don Gallo o Don Ciotti, sicuramente un prete scomodo, uno che però fa quello che forse dovrebbero fare tutti i preti, se prendessero sul serio quella che dovrebbe essere la loro missione. In Romania c’è un detto: “Segui quel che il prete dice, non quel che fa”. Ecco, per lui è proprio il contrario. Quello che fa lo definisce come e più di quello che dice.

Ci dedica anche più tempo del previsto, perché la voglia di parlare dei suoi progetti è tanta. Ma alla fine lo dobbiamo proprio salutare, anche se è un saluto che si prolunga in un’altra mezz’ora almeno di piacevoli chiacchiere. Dobbiamo partire verso il villaggio dove dormiremo questa sera.

Nel profondo Maramureş

Ora, è proprio verso il Maramureş profondo raccontato da William Blacker che ci dirigiamo. E riempiendoci gli occhi dei primi panorami autenticamente maramureşeni raggiungiamo Vadu Izei, dove passeremo questa notte.
Questo è un villaggio così piccolo che è anche difficile trovare una pensione abbastanza grande per ospitarci tutti. E così dobbiamo dividerci in due gruppi. La nostra pensione, gestita dalla simpatica Ramona, è bella e accogliente. Tutta in legno, ovviamente. Molto curata, poche stanze tutte sullo stesso pianerottolo, arredate in modo semplice ma con gusto, i balconcini pieni di fiori. Ti dà quel senso di calore che ti fa sentire subito a casa. E il posto è magnifico, su questo non c’è dubbio. Lo sguardo spazia sulle colline boscose circostanti, una distesa di verde a perdita d’occhio con qualche casetta di legno qua e là. Un paesaggio che dà una sensazione di pace. Ramona parla un discreto inglese, ma conosce anche qualche parola di italiano, che si sforza di provare a usare per metterci a nostro agio. Ci presenta suo figlio Vladuţ (si pronuncia Vladuz, è un diminutivo-vezzeggiativo di Vlad o Vladislav), un ragazzino di circa dieci anni.
Abbiamo giusto un’oretta per fare una doccia e rilassarci un attimo, poi dobbiamo muoverci per andare a cena all’altra pensione. Dobbiamo fare due o forse tre chilometri di strada, sulla distanza esatta ci sono pareri discordanti, ma comunque non ci spaventa e, di comune accordo abbiamo deciso di farceli a piedi piuttosto che in pulmino. Ramona ci ha spiegato come arrivare, e del resto non è particolarmente difficile: di fatto tutto il villaggio si sviluppa ai lati di un’unica strada sterrata.
Ed è davvero piacevole, camminiamo tra alberi di noci e di nocciole, con un torrentello che scorre al lato della strada, qualche croce, una chiesa bianca e tante case di legno nello stile dei villaggi del Maramureş che stiamo imparando a conoscere.

La cosa che più si nota, e che forse più caratterizza questi villaggi, sono i cancelli. Praticamente tutte le case hanno un cancello con un portale in legno intagliato, che oggi indica la condizione sociale e la ricchezza degli abitanti della casa, ma in origine serviva, secondo la credenza popolare, per tenere lontani gli spiriti maligni.

Nel Maramureş spesso la religione ortodossa si impasta con antichissime credenze precristiane. I cancelli rappresentavano la barriera simbolica tra la sicurezza della casa ed il mondo esterno sconosciuto (immaginate le buie foreste carpatiche di qualche secolo fa), e la gente poneva denaro, incenso ed acqua santa sotto di essi per assicurarsi una maggiore protezione contro le forze del male.

Tra le figure scolpite l’albero della vita, il serpente (guardiano contro gli spiriti maligni), uccelli (simboli dell’anima umana) o un volto (sempre per proteggersi dagli spiriti). Nelle decorazioni ricorrono anche corde o catene, che rappresentano i legami con il passato e tra le generazioni, ognuna delle quali è un anello della catena. Anche la recinzione è fatta quasi sempre di legno intrecciato.
Nel Maramureş si dice che un cancello di ferro va bene per un cimitero, non per la casa di un uomo. Per una casa ci vuole il legno perché il legno è vivo, il legno respira, il legno avvolge in un abbraccio caldo e protettivo, e questo vale anche per il portone.
Da uno di questi cancelli ci viene incontro Maria, che ha sentito parlare italiano e ci vuole dare il benvenuto. Lei che per cinque anni e mezzo ha fatto la badante in Italia, e che ci vorrebbe tornare, perché è il paese dove si è trovata, ma ora deve stare qui per curare i nipotini. La figlia è a Treviso, il figlio è anche lui via per lavoro; qui c’è la nuora, che tiene per mano Iulia Maria, di tre anni, e in braccio la piccola di due mesi.
Parla bene l’italiano, Maria. Ha vissuto a Ispra, sul lago maggiore, e a Varese, ovviamente conosce anche Milano. Ricorda con tenerezza le anziane signore che ha accudito.
Iulia Maria ci invita a entrare tirando dolcemente per il braccio una delle signore, ma purtroppo le dobbiamo spiegare che ci piacerebbe, ma ci aspettano per cena alla pensione.

In tavola troviamo una brocca con qualcosa che all’inizio ci sembra succo di mirtillo, ma la cosa sarebbe sospetta… e in effetti basta un po’ di naso e un sorso per capire che è ţuica al mirtillo! Che è leggera e per l’aperitivo va benissimo.
La cena prevede come sempre una zuppa, poi maiale con patate e peperoni in abbondanza. Il dolce è una specie di bombolone che dopo cotanto pasto non ci starebbe, ma come si fa a mandarlo indietro? Non ho cuore di farlo. E poi, grazie ad un’altra grappa decisamente più forte che deve essere horinca, va giù abbastanza tranquillamente anche lui.
Senza dimenticare che, prima di andare a dormire, abbiamo da fare la passeggiata per tornare da Ramona, che ha anche un ottimo effetto digestivo.

4 – continua

La versione integrale di questo articolo è disponibile sul blog di Piero Maderna: www.macondoexpressblog.com

 

Le puntate precedenti

Al di là delle montagne: prima puntata

Al di là delle montagne: seconda puntata

Al di là delle montagne: terza puntata

 

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